suoni&fiabe

"Una volta ho sentito parlare di tempi antichi in cui gli animali, gli alberi e le rocce parlavano con gli uomini.
Mi pare proprio che vogliano cominciare a farlo in ogni istante, e di poter comprendere ciò che vogliono dirmi."
Novalis, Enrico di Ofterdingen
Viole si nascevano in vertigine
a precipizio si sta
muti come trascorsi
segnali di pallidi avvinti
Celarsi sui labbri del gelo
è musica di cicatrici.
Lasciami
osservare il fuoco strano
che mi sale dai polsi.
Si spande in fiamme oblique
di vitree oscillazioni
dalle mani si sciolgono in aria
e mi sollevano, sono i fili
del mondo cui appartengo
prenderanno il mio corpo come una piuma
in direzioni centrifughe
ma senza lacerarmi – è il fuoco danzante.
Non devi aver paura.
È notte. I disegni si sono sbiaditi. Ottō non sente più nulla. Due mani affusolate, bianche, ghermiscono il legno della finestra, come avessero paura di cadere. È sorpreso che siano le sue. Il sogno che l’ha fatto destare gli danza innanzi come un fantasma vestito di fragili veli. Ottō lo fissa stupito. Vorrebbe parlargli, domandare spiegazioni, ma il fantasma svanisce al contatto con le dita.
Di là, dentro al letto, una forma si agita inquieta. Ottō ha paura di voltarsi a guardare. Si è coricato con sua moglie, come sempre. Sul comodino ha appoggiato l’anello. Nello stomaco la cena della sera. Poi quel sogno. Adesso anche le stelle gli sembrano orbite vuote.
È bambino. Colmo d’affetto sospeso, allunga una mano insicura, dubitando di riuscire a sfiorarla. Lei si ritrae, senza saperne il motivo, come una biscia che si nasconde da un solo immaginato frastuono. Lei non ha più di dieci anni. Ha occhi tristi e celesti, malati. – Ottō – sussurra, e lui la vede farsi sempre più stanca. Sdraiata su un lettino d’ospedale, sembra la pallida corolla di un esangue crisantemo. – Sara – la chiama, strozzato da una distanza, mentre il suo viso si espande in un mare di incredulo orrore.
Cadono i petali. Ottō non riesce a parlare.
Una tristezza che la pioggia non lava, consuma il desiderio ed è lunghezza, nuvole, sapone che si scioglie nelle mani. Scema la luce... fuori dal vetro rimane uno specchio di lago.
Nella sua stanza, Margherita non dormiva. Con gli occhi fissi sul soffitto, aspettava. Non c’era solo il tenue aroma della primavera, mescolato con le luci della sagra, dentro all’aria. C’era qualcosa. Come quell’altra volta, ma più insinuante adesso, dovunque. Non lo doveva afferrare. Se avesse avuto urgenza di toccarlo, sapeva, l’avrebbe perduto di nuovo. Il suo sguardo andò alla stretta striscia bianca del balcone. Morenti petali depositati dal vento, ed una piuma di qualche colombo. Non c’era significato. Allora fissò il ninnolo colore dell’oro che penzolava inerte sopra il comò. Un regalo. Che mani bianche e piccole le avevano affidato, senza conoscere il segreto del donare. Una dorata cosa inerte, inutile come un baraccone di scherzi. Non c’era significato. Le cose erano morte. (...)

we used to live in a place – they called it the land of the witch
remember being a sorry little girl
washing hands
there was a day, a grey november fog
when i first heard about her
remember mother saying “don’t you ever go there”
there was this tree, a chestnut tree
and somehow it seemed that its roots were sinking in the fog
a song i heard, the music i was told
a shiny purple star
descending from the leaves
a shiny little shape surrounded me
yet they keep saying that nobody showed up
there was no wood, no light, no star
remember being a sorry little girl
remember mother saying “there will be nothing there”